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martedì 20 ottobre 2026

Ivermectina e mebendazolo contro il cancro: una revisione individua 37 meccanismi antitumorali in 25 tipi di tumore umano


Grafica e documento scientifico sulla revisione di Ivermectina e Mebendazolo in oncologia di Nicolas Hulscher, Peter McCullough e James Thorp

Ivermectina e mebendazolo in oncologia:
una recente revisione scientifica (Hulscher et al., 2026) ha individuato 37 classi di meccanismi antitumorali in 25 tipi di tumore umano. (Grafica ed elaborazione a cura di Salvatore Calleri NatMed)


Ivermectina e mebendazolo in oncologia: una revisione esamina 37 classi di meccanismi antitumorali in 25 tipi di tumore umano

Scie terapeutiche, riposizionamento farmacologico e ricerca oncologica: risultati preclinici, dati clinici e prospettive di studio

Introduzione

L’ivermectina e il mebendazolo sono due farmaci antiparassitari utilizzati da decenni nella pratica clinica. Entrambi sono medicinali generici e il loro impiego consolidato contro le infezioni parassitarie ha contribuito a caratterizzarne il profilo farmacologico. L’ivermectina, in particolare, è stata al centro del riconoscimento con il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina del 2015, assegnato per le scoperte relative a nuove terapie contro le infezioni parassitarie.

Negli ultimi anni, una parte della ricerca scientifica ha esaminato la possibilità di riutilizzare questi composti, attraverso il cosiddetto riposizionamento farmacologico, anche in ambito oncologico. L’interesse deriva da risultati sperimentali che suggeriscono la capacità di interferire con diversi processi biologici coinvolti nella proliferazione, nella sopravvivenza e nella diffusione delle cellule tumorali.

Una nuova revisione di 44 pagine, intitolata Combination Ivermectin and Mebendazole: A Comprehensive Review of Anticancer Mechanisms, Preclinical Activity, and Clinical Evidence as Adjunctive Treatment in Cancer Patients, raccoglie le evidenze meccanicistiche, precliniche e cliniche disponibili fino a ottobre 2026.

Il lavoro, pubblicato come preprint su Zenodo, è stato realizzato da Nicolas Hulscher, MPH, James A. Thorp, MD, Kelly Victory, MD, Peter Gillooly, MSc, Peter A. McCullough, MD, MPH, e Harvey Risch, MD, PhD.

La revisione si propone di organizzare risultati che, secondo gli autori, erano stati studiati in larga misura separatamente, esaminando i possibili meccanismi antitumorali dei due medicinali e le evidenze disponibili sul loro impiego in oncologia.

1. I risultati principali della revisione

L’analisi individua un ampio insieme di meccanismi biologici potenzialmente rilevanti per la ricerca oncologica.

I principali risultati riportati dagli autori sono i seguenti:

  • 29 distinti meccanismi antitumorali associati all’ivermectina.

  • 26 distinti meccanismi antitumorali associati al mebendazolo.

  • 37 classi complessive di meccanismi antitumorali, dopo aver considerato le sovrapposizioni tra bersagli molecolari e vie biologiche.

  • Attività preclinica segnalata in 25 tipi distinti di tumore umano, considerando complessivamente i due farmaci.

  • Interferenza con processi associati alla crescita tumorale, alla divisione cellulare, alla formazione dei vasi sanguigni, alla risposta immunitaria e alla resistenza ai trattamenti.

  • Sei studi clinici riportati nella revisione: tre classificati dagli autori come positivi, due neutrali e uno ancora incompleto.

  • Una proposta di ulteriori studi per approfondire i possibili effetti della combinazione ivermectina-mebendazolo.

2. I meccanismi attribuiti all’ivermectina

Secondo la revisione, l’ivermectina presenta 29 distinti meccanismi antitumorali documentati nella letteratura esaminata. Questi comprendono interazioni con vie di segnalazione oncogenica, processi mitocondriali, trasporto nucleare, regolazione immunitaria e fenomeni associati alla resistenza ai trattamenti.

Tra gli ambiti biologici considerati figurano:

  • interferenza con segnali molecolari coinvolti nella crescita e nella sopravvivenza delle cellule tumorali;

  • alterazioni del funzionamento mitocondriale e del metabolismo energetico;

  • modificazione di processi di trasporto tra citoplasma e nucleo;

  • regolazione di componenti della risposta immunitaria;

  • possibili effetti sulle cellule staminali tumorali o sulle popolazioni cellulari con caratteristiche staminali;

  • interferenza con meccanismi di riparazione del DNA;

  • attività su processi coinvolti nell’ipossia tumorale;

  • potenziale influenza sui trasportatori cellulari associati alla resistenza multifarmacologica.

La revisione sottolinea che l’attività preclinica dell’ivermectina è stata esaminata in 21 neoplasie, delle quali 20 umane e una canina.

3. Il mebendazolo: microtubuli, angiogenesi e sensibilità ai trattamenti

Il mebendazolo è associato nella revisione a 26 distinti meccanismi antitumorali. Tra gli aspetti più rilevanti figurano l’interferenza con i microtubuli, l’inibizione dell’angiogenesi, l’azione su specifiche chinasi, la modulazione della risposta immunitaria e la possibile sensibilizzazione delle cellule tumorali ad alcuni trattamenti.

I microtubuli sono strutture essenziali per l’organizzazione interna della cellula e per la corretta separazione dei cromosomi durante la divisione cellulare. Interferire con il loro funzionamento può compromettere la mitosi e favorire l’arresto del ciclo cellulare.

La revisione considera inoltre possibili effetti del mebendazolo su:

  • proliferazione e divisione delle cellule tumorali;

  • formazione di nuovi vasi sanguigni che sostengono la crescita del tumore;

  • vie di segnalazione regolate da chinasi;

  • risposta immunitaria innata;

  • processi di riparazione del DNA;

  • popolazioni cellulari con caratteristiche staminali tumorali;

  • meccanismi di resistenza ai farmaci;

  • sensibilità ad alcune terapie antitumorali convenzionali.

L’attività preclinica del mebendazolo viene riportata in 17 tipi di neoplasia umana. Insieme alle neoplasie esaminate negli studi sull’ivermectina, il quadro complessivo comprende 25 distinti tipi di tumore umano.


Schema dei meccanismi anticancro, attività preclinica ed evidenze cliniche di Ivermectina e Mebendazolo elaborato da Salvatore Calleri NatMed

Ivermectina e mebendazolo in oncologia:
schema riassuntivo dei meccanismi antitumorali, delle attività precliniche e delle evidenze cliniche tratto dalla revisione di Hulscher et al. (Grafica ed elaborazione a cura di Salvatore Calleri NatMed)


4. Trentasette classi di meccanismi: sovrapposizioni e complementarità

Uno degli aspetti centrali del lavoro è la distinzione tra il numero complessivo di meccanismi attribuiti ai singoli farmaci e il numero di classi biologiche risultanti dopo aver accorpato le sovrapposizioni.

I 29 meccanismi associati all’ivermectina e i 26 associati al mebendazolo non vengono semplicemente sommati. Gli autori identificano 37 classi distinte considerando i bersagli molecolari e i processi cellulari condivisi.

Secondo la revisione, i due composti convergono su alcuni ambiti biologici, tra cui:

  • segnalazione dell’ipossia;

  • risposta al danno del DNA;

  • angiogenesi;

  • popolazioni di cellule staminali tumorali;

  • trasportatori associati alla resistenza multifarmacologica.

Altri aspetti sarebbero invece maggiormente distinti. Gli autori descrivono una sovrapposizione limitata tra i bersagli dei fattori di trascrizione e differenze nelle aree della risposta immunitaria interessate: l’ivermectina viene associata soprattutto a componenti dell’immunità adattativa, mentre il mebendazolo viene collegato principalmente a componenti dell’immunità innata.

Questa complementarità rappresenta uno degli aspetti biologici che la revisione propone di approfondire attraverso ulteriori ricerche sulla combinazione dei due principi attivi.

5. Gli effetti cellulari esaminati

La revisione collega i meccanismi molecolari a una serie di risultati biologici osservati in diversi modelli sperimentali.

Tra questi figurano:

  • interruzione della divisione cellulare tumorale;

  • arresto del ciclo cellulare;

  • induzione dell’apoptosi, cioè della morte cellulare programmata;

  • alterazione della produzione energetica delle cellule tumorali;

  • interferenza con l’angiogenesi;

  • modificazione delle vie di segnalazione che sostengono la crescita;

  • azione su cellule tumorali con caratteristiche staminali;

  • possibile interferenza con processi associati alla diffusione metastatica;

  • modulazione della risposta immunitaria antitumorale;

  • interferenza con processi di riparazione del DNA;

  • contrasto di alcuni meccanismi di resistenza ai farmaci;

  • possibile aumento della sensibilità ad alcune chemioterapie;

  • influenza su vie biologiche associate alla resistenza alla radioterapia.

Gli autori considerano inoltre l’apoptosi mitocondriale dipendente dalle caspasi, l’autofagia e la morte cellulare immunogenica.

Il quadro complessivo descrive numerosi processi biologici che potrebbero costituire bersagli per ulteriori indagini sul riposizionamento farmacologico in oncologia.

6. Lo studio randomizzato sul tumore colorettale metastatico

Tra i risultati clinici esaminati, uno degli studi più rilevanti riguarda il mebendazolo in pazienti con tumore colorettale metastatico.

Lo studio, pubblicato nel 2022 sulla rivista Life Sciences, ha arruolato 40 pazienti e utilizzato un disegno prospettico, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo.

I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi da 20 persone. Entrambi ricevevano il trattamento convenzionale costituito da bevacizumab e chemioterapia FOLFOX4; al gruppo sperimentale veniva aggiunto il mebendazolo, mentre al gruppo di controllo veniva somministrato un placebo.

Dopo 12 settimane, gli autori dello studio hanno riportato i seguenti risultati:

  • tasso di risposta tumorale complessiva del 65% nel gruppo trattato con mebendazolo, pari a 13 pazienti su 20;

  • tasso di risposta tumorale del 10% nel gruppo di controllo, pari a 2 pazienti su 20;

  • sopravvivenza libera da progressione mediana di 9,25 mesi nel gruppo mebendazolo;

  • sopravvivenza libera da progressione mediana di 3 mesi nel gruppo di controllo;

  • riduzione significativa del fattore di crescita endoteliale vascolare, o VEGF, nel gruppo trattato con mebendazolo.

La variazione del marcatore tumorale CEA, invece, non ha raggiunto la significatività statistica riportata dagli autori.

Lo studio ha esaminato il contributo del mebendazolo aggiunto a uno specifico regime terapeutico per il tumore colorettale metastatico. I risultati rappresentano un elemento di interesse nella ricerca sul riposizionamento farmacologico e sono stati inclusi nella revisione come parte delle evidenze cliniche disponibili.


Tabella illustrata delle 25 tipologie di tumore umano con attività preclinica di Ivermectina e Mebendazolo elaborata da Salvatore Calleri NatMed

Malignità con attività preclinica documentata:
panoramica dettagliata dei 25 tipi di tumore umano (tra cui glioma, mammella, polmone, colon e leucemia) analizzati nella revisione per l'azione di ivermectina, mebendazolo o entrambi
. (Grafica ed elaborazione a cura di Salvatore Calleri NatMed)



7. I risultati osservazionali su 197 pazienti oncologici

La nuova revisione si collega anche a uno studio osservazionale prospettico che ha raccolto dati su 197 pazienti oncologici ai quali era stata prescritta la combinazione ivermectina-mebendazolo attraverso una piattaforma di telemedicina negli Stati Uniti.

Dei 197 partecipanti iniziali, 122 hanno completato il questionario di follow-up a circa sei mesi, corrispondente a un tasso di risposta del 61,9%.

Tra i 122 pazienti che hanno completato il follow-up, i risultati riferiti dagli stessi partecipanti sono stati:

  • 32,8% ha dichiarato di non avere evidenza attuale di malattia;

  • 15,6% ha riferito una regressione del tumore;

  • 36,1% ha riferito una malattia stabile;

  • 15,6% ha riferito una progressione della malattia.

Sommando i pazienti che hanno dichiarato assenza di evidenza di malattia, regressione o stabilità, gli autori hanno calcolato un rapporto di beneficio clinico dell’84,4%.

Il 48,4% dei partecipanti che hanno completato il follow-up ha riferito uno dei due esiti più favorevoli considerati nello studio: assenza di evidenza attuale di malattia o regressione.

La popolazione comprendeva diversi tipi di neoplasia, tra cui tumori della prostata, della mammella, del polmone, del colon, dell’apparato urologico, del pancreas, del fegato, ginecologici ed ematologici.

Una parte dei partecipanti aveva inoltre ricevuto trattamenti convenzionali o altre forme di intervento. Nel campione, il 27,9% ha riferito chemioterapia, il 21,3% radioterapia e il 19,7% interventi chirurgici. Sono stati riportati anche l’uso di integratori, modifiche alimentari e altri approcci integrativi.

Questa coorte offre una raccolta di risultati riferiti dai pazienti che gli autori considerano utile per orientare le successive fasi di ricerca sulla combinazione.

8. Gli altri studi clinici e la classificazione delle evidenze

La revisione riporta sei studi che hanno fornito risultati di efficacia relativi all’ivermectina e/o al mebendazolo in ambito oncologico.

Secondo la classificazione degli autori:

  • tre studi sono stati considerati positivi;

  • due sono stati classificati come neutrali;

  • uno presenta risultati intermedi incompleti e non può ancora essere classificato.

Il lavoro descrive inoltre quattro ulteriori studi destinati principalmente a valutare sicurezza, tollerabilità o dosaggio, che vengono conteggiati separatamente. È menzionato anche uno studio randomizzato registrato sull’ivermectina associata a un inibitore dei checkpoint immunitari, per il quale non erano ancora disponibili risultati conclusivi nella revisione.

Gli autori riferiscono inoltre una revisione sistematica con metanalisi dei dati individuali di 36 pazienti oncologici che avevano ricevuto ivermectina per via orale, alcuni durante chemioterapia attiva. In quell’analisi non sono stati registrati eventi avversi gravi attribuiti all’ivermectina.

Per il mebendazolo, la revisione richiama cinque studi nei quali il farmaco è stato somministrato insieme ad altre terapie antitumorali e riporta dati di tollerabilità a dosaggi elevati. Queste informazioni completano il quadro degli studi clinici raccolti dagli autori.

9. La ricerca sulla combinazione ivermectina-mebendazolo

La revisione dedica particolare attenzione alla possibilità di studiare insieme i due medicinali, mettendo in relazione i meccanismi biologici attribuiti a ciascuno.

Tra gli aspetti da approfondire figurano:

  • l’attività dei singoli farmaci e della combinazione a concentrazioni confrontabili;

  • l’eventuale sinergia tra i due principi attivi;

  • gli effetti su differenti modelli tumorali;

  • la risposta delle cellule sane;

  • le interazioni farmacocinetiche e farmacodinamiche;

  • la possibilità di raggiungere nell’organismo umano concentrazioni efficaci e tollerabili.

La revisione propone di avviare studi clinici randomizzati, prospettici e controllati, in grado di verificare la combinazione in popolazioni oncologiche definite e con esiti clinici misurabili.

10. Perché il riposizionamento farmacologico interessa la ricerca oncologica

Il riposizionamento farmacologico consiste nello studiare un medicinale già utilizzato per una determinata indicazione allo scopo di valutare un possibile impiego in una patologia diversa.

In oncologia, questa strategia permette di esplorare nuove applicazioni per composti già conosciuti e di approfondire informazioni farmacologiche raccolte durante il loro impiego in altri ambiti terapeutici.

Gli autori sottolineano che ivermectina e mebendazolo sono farmaci generici, con costi generalmente contenuti e una lunga storia di utilizzo antiparassitario. Queste caratteristiche contribuiscono all’interesse per l’esplorazione di nuove indicazioni terapeutiche.

Il tema centrale della revisione è quindi il potenziale interesse di questi due principi attivi come oggetto di ulteriori ricerche oncologiche, alla luce dei meccanismi biologici raccolti e dei risultati clinici esaminati.

11. Quali studi servono adesso?

Per approfondire il possibile ruolo dell’associazione nel trattamento dei tumori, gli autori indicano un programma di ricerca articolato in più fasi:

  1. Studi preclinici diretti sulla combinazione, per misurare sinergia, antagonismo e tossicità.

  2. Studi farmacologici per identificare dosaggi e concentrazioni compatibili con sicurezza ed efficacia.

  3. Studi clinici preliminari per valutare tollerabilità, interazioni e fattibilità.

  4. Studi randomizzati controllati con campioni adeguati, criteri di inclusione definiti e gruppi di confronto.

  5. Valutazione di esiti clinici oggettivi, quali risposta tumorale, sopravvivenza libera da progressione, sopravvivenza globale e qualità della vita.

  6. Monitoraggio sistematico degli eventi avversi e pubblicazione completa dei risultati.

Gli autori della revisione ritengono importante l’avvio di studi randomizzati più ampi per chiarire se il potenziale antitumorale attribuito ai due medicinali possa tradursi in benefici effettivi per i pazienti.

La revisione di Nicolas Hulscher

La revisione di Nicolas Hulscher e dei suoi coautori presenta un quadro articolato delle evidenze disponibili sull’attività antitumorale preclinica dell’ivermectina e del mebendazolo. Gli autori individuano 37 classi di meccanismi biologici complessivi e riportano attività sperimentale in 25 tipi distinti di tumore umano.

Tra i dati clinici esaminati figurano uno studio randomizzato sul mebendazolo aggiunto alla terapia convenzionale nel tumore colorettale metastatico e una coorte osservazionale di pazienti che ha riferito esiti favorevoli durante l’assunzione della combinazione.

La revisione raccoglie così diversi filoni di ricerca: i meccanismi molecolari attribuiti ai due medicinali, i risultati degli esperimenti preclinici, i dati degli studi clinici e le prospettive di ulteriori indagini sul loro possibile impiego in oncologia.

L’interesse del lavoro risiede soprattutto nell’ampiezza dei meccanismi esaminati e nella sistematizzazione di risultati provenienti da studi differenti. Il quadro proposto dagli autori offre una base per orientare nuove ricerche sul riposizionamento farmacologico.

L’ivermectina e il mebendazolo non sono terapie antitumorali approvate sulla base delle evidenze descritte in questa revisione. Chi è in cura per un tumore dovrebbe discutere con il proprio oncologo qualsiasi eventuale impiego di questi medicinali, senza sostituire o interrompere le terapie prescritte.

Fonte scientifica e attribuzione

Questo articolo è stato redatto da Salvatore Calleri NatMed sulla base e a partire dai contenuti della revisione scientifica “Combination Ivermectin and Mebendazole: A Comprehensive Review of Anticancer Mechanisms, Preclinical Activity, and Clinical Evidence as Adjunctive Treatment in Cancer Patients”, firmata da Nicolas Hulscher, MPH, James A. Thorp, MD, Kelly Victory, MD, Peter Gillooly, MSc, Peter A. McCullough, MD, MPH, e Harvey Risch, MD, PhD.

La revisione originale è disponibile su Zenodo:

https://zenodo.org/records/23475387

Per i dati osservazionali sulla combinazione:

https://zenodo.org/records/19455636

Per lo studio randomizzato sul mebendazolo nel tumore colorettale metastatico:

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35385794/


«Nel frattempo, i malati di cancro continueranno a esercitare il loro “diritto di provare”.»

— Nicolas Hulscher, MPH
Epidemiologo e amministratore della McCullough Foundation


Salvatore Calleri NatMed

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venerdì 9 ottobre 2026

ALLARME PESTE POLMONARE: LA FAVOLA DELLA “PROVETTA ROTTA” E IL RITORNO DEL TERRORE DI STATO

Allarme peste polmonare e smascheramento della favola della provetta rotta in Siberia - Salvatore Calleri NatMed
Grafica d'inchiesta di Salvatore Calleri NatMed che smonta la narrazione mediatica del panico sanitario e della provetta rotta sul caso siberiano.


Il caso siberiano, i veri protocolli di biosicurezza, la resistenza dei materiali da laboratorio e gli interessi economici dietro la gestione del panico sanitario.

Negli ultimi giorni, la notizia della morte di una giovane lavoratrice di un istituto di ricerca antiplague in Siberia — identificata nelle cronache come Darya Shipilova — ha riacceso l'attenzione internazionale sul rischio biologico, riportando al centro del dibattito la trasparenza delle autorità, la sicurezza dei laboratori e la gestione mediatica delle emergenze sanitarie.

Al centro della narrazione pubblica è comparsa anche l'ipotesi di un possibile incidente di laboratorio, con riferimenti alla presunta rottura di una provetta e alla possibile esposizione a un agente patogeno. Ma che cosa è stato effettivamente accertato? E quali elementi documentali permettono di distinguere le informazioni verificate dalle ricostruzioni ancora prive di conferma?

Il punto fondamentale è questo: un sospetto non equivale a una diagnosi, una misura precauzionale non dimostra un contagio e un'ipotesi di incidente non costituisce la prova che quell'incidente sia avvenuto. Per comprendere il caso occorre esaminare le notizie disponibili, i protocolli di biosicurezza e le informazioni che ancora mancano.

1. IL CASO SIBERIANO: TRA DISTORSIONE MEDIATICA E ZONE D'OMBRA

Il caso riguarda una lavoratrice di un istituto di ricerca specializzato nello studio della peste, situato nell'area di Irkutsk, in Siberia. Secondo le cronache internazionali, la donna, di 28 anni, è morta il 2 ottobre 2026 dopo aver sviluppato una polmonite di origine non chiarita pubblicamente.

La sua professione rende comprensibile l'attenzione rivolta all'ipotesi di un'esposizione professionale, ma lavorare in un centro di ricerca sulla peste non dimostra, da solo, che la malattia sia stata causata da Yersinia pestis o da un incidente avvenuto in laboratorio.

In un aggiornamento del 6 ottobre 2026, Reuters ha riferito che le autorità russe non avevano rilevato casi di peste tra i contatti della donna e che non risultavano casi confermati. Successivi aggiornamenti hanno riferito che erano stati effettuati quasi 5.000 test e che le autorità avevano negato la presenza di un secondo caso collegato alla vicenda.

La causa precisa del decesso, tuttavia, non risultava ancora chiarita in modo definitivo nelle informazioni pubblicate. La mancanza di una spiegazione completa rende legittima la richiesta di ulteriori chiarimenti, ma non dimostra di per sé l'esistenza di un incidente nascosto.

Riferimento documentale: Reuters, “Explainer — What do we know about plague institute lab worker’s death in Russia?”, 8 ottobre 2026.

https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/08/explainer-what-do-we-know-about-plague-institute-lab-worker-s-death-in-russia

Un ulteriore aggiornamento Reuters del 8 ottobre 2026 ha riportato la smentita delle autorità russe riguardo alle notizie relative a un secondo caso collegato al laboratorio.

https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/08/russia-says-reports-of-second-case-linked-to-siberian-plague-lab-are-false

Questi elementi non dimostrano l'esistenza di un incidente nascosto, ma indicano perché la trasparenza documentale sia importante. Per arrivare a conclusioni attendibili servono dati clinici, risultati diagnostici verificabili, informazioni epidemiologiche e chiarimenti sulle eventuali esposizioni professionali.

2. PESTE POLMONARE: COS'È E QUALI SONO I FATTI SCIENTIFICI

La peste è una malattia infettiva causata dal batterio zoonotico Yersinia pestis. Si distinguono principalmente tre forme cliniche: bubbonica, setticemica e polmonare.

La peste polmonare è una forma grave che può svilupparsi quando l'infezione raggiunge i polmoni. Può inoltre trasmettersi attraverso goccioline respiratorie in caso di contatto ravvicinato con una persona affetta dalla forma polmonare. La rapidità della diagnosi e l'avvio tempestivo di un trattamento antibiotico sono fattori importanti.

Fonte scientifica: Centers for Disease Control and Prevention (CDC), “Signs and Symptoms of Plague”.

https://www.cdc.gov/plague/signs-symptoms/index.html

Riconoscere la gravità potenziale della malattia, tuttavia, non significa poter dedurre automaticamente l'esistenza di un'epidemia da un singolo decesso. La valutazione del rischio richiede dati sulla diagnosi, sulle modalità di esposizione, sui contatti e sull'eventuale comparsa di altri casi.

Nel caso siberiano, le informazioni pubblicate da Reuters riferivano l'assenza di casi di peste confermati tra i contatti esaminati. Questo dato è rilevante, ma non sostituisce la necessità di chiarire la causa del decesso della lavoratrice.

La distinzione è essenziale: il rischio biologico deve essere valutato sulla base delle evidenze disponibili, senza minimizzarlo e senza trasformare un sospetto in una certezza.

3. LA BIOSICUREZZA: CHE COSA POSSIAMO DIRE SULLA “PROVETTA ROTTA”

La rappresentazione di un laboratorio in cui una semplice disattenzione o la caduta accidentale di una provetta provocherebbero automaticamente una catastrofe biologica è una semplificazione che non descrive adeguatamente il funzionamento dei sistemi moderni di biosicurezza.

I laboratori che manipolano agenti biologici pericolosi devono adottare procedure proporzionate al rischio, dispositivi di contenimento, protocolli per la manipolazione dei campioni, misure di protezione individuale e procedure di decontaminazione. Le caratteristiche concrete dipendono dal materiale utilizzato, dall'attività svolta e dalla valutazione del rischio.

I contenitori da laboratorio possono essere realizzati con materiali ad alte prestazioni, come il vetro borosilicato ad alta resistenza, commercialmente noto anche attraverso marchi come Pyrex, oppure con polimeri plastici speciali, come il polipropilene vergine o il policarbonato rinforzato, scelti in base alla compatibilità chimica e alla resistenza richiesta.

Il vetro borosilicato è apprezzato per la resistenza agli shock termici e per la sua stabilità chimica in molte condizioni d'impiego. Alcuni polimeri da laboratorio offrono inoltre una buona resistenza agli urti e possono essere preferiti in applicazioni specifiche.

Tuttavia, nessun materiale è assolutamente indistruttibile in qualsiasi condizione limite. La resistenza dipende dal tipo di contenitore, dallo spessore, dalla chiusura, dalle condizioni d'impiego e dalla dinamica dell'eventuale urto. Non è quindi corretto affermare che una provetta non possa rompersi in assoluto.

La questione decisiva non è stabilire se un contenitore possa rompersi, ma capire quali misure siano previste per prevenire, contenere e gestire un eventuale incidente attraverso barriere multiple e protocolli rigorosi.

I sistemi di biosicurezza non si basano sulla sola resistenza del vetro o della plastica. Comprendono procedure operative, dispositivi di contenimento, sistemi di protezione, formazione del personale e protocolli di risposta agli incidenti. Anche un contenitore progettato per un impiego professionale deve essere utilizzato nelle condizioni previste dal produttore.

Per questo motivo, un'affermazione sull'eventuale rottura di una provetta nel caso siberiano deve essere verificata attraverso documenti relativi all'incidente, risultati delle indagini e informazioni sulle procedure effettivamente applicate. Le caratteristiche dei materiali sono pertinenti all'analisi tecnica, ma non possono dimostrare da sole che un incidente sia avvenuto o che sia impossibile.

Per approfondire le procedure di biosicurezza, è utile consultare anche il manuale tecnico “Biosafety in Microbiological and Biomedical Laboratories” (BMBL), pubblicato da CDC e NIH.

https://www.cdc.gov/labs/bmbl/index.html

La domanda da porre è quindi concreta: quali procedure erano applicabili nell'istituto interessato, quali misure erano in vigore e quali riscontri sono disponibili su un eventuale incidente?

4. BSL-3 E BSL-4: I LIVELLI REALI DI PROTEZIONE

Le sigle BSL-3 e BSL-4 indicano livelli di biosicurezza associati a requisiti di contenimento e a specifiche misure di protezione. Non sono semplici etichette pubblicitarie e non garantiscono, da sole, l'assenza assoluta di incidenti.

Le misure effettivamente richieste dipendono dagli agenti biologici, dalle procedure e dalle valutazioni del rischio. Possono comprendere caratteristiche strutturali degli ambienti, sistemi di ventilazione e controllo dei flussi d'aria, dispositivi di contenimento primario, dispositivi di protezione individuale e protocolli operativi.

I manuali tecnici di biosicurezza sottolineano l'importanza di integrare valutazione del rischio, progettazione degli ambienti, gestione dei dispositivi di protezione, decontaminazione e organizzazione del programma di sicurezza.

Fonte tecnica: CDC e National Institutes of Health, “Biosafety in Microbiological and Biomedical Laboratories”.

https://www.cdc.gov/labs/bmbl/index.html

È quindi necessario evitare due errori opposti: immaginare che un laboratorio ad alto contenimento sia una struttura priva di protezioni oppure sostenere che la presenza di protocolli renda impossibile qualsiasi incidente.

Per verificare l'ipotesi di una violazione della biosicurezza servirebbero informazioni specifiche: registri degli incidenti, procedure applicabili, risultati delle indagini interne, dati clinici e riscontri indipendenti. In assenza di questi elementi, la dinamica dell'eventuale esposizione rimane da accertare.

5. LA FABBRICAZIONE DEL PANICO E GLI INTERESSI ECONOMICI DEL SETTORE SANITARIO

Le emergenze sanitarie possono comportare spese pubbliche significative e creare opportunità economiche per diversi settori: diagnostica, dispositivi di protezione, farmaci, ricerca e servizi sanitari. È legittimo esaminare questi interessi, verificare i contratti, analizzare i finanziamenti e chiedere trasparenza sulle decisioni adottate.

Tuttavia, l'esistenza di interessi economici non dimostra automaticamente che una minaccia sanitaria sia stata inventata o deliberatamente amplificata. Per sostenere una simile conclusione occorrono prove specifiche: documenti, comunicazioni, dati finanziari, decisioni verificabili e una relazione dimostrabile tra gli interessi coinvolti e la gestione della vicenda.

La domanda da porre non è soltanto chi possa trarre vantaggio economico da una situazione di emergenza, ma anche se le misure adottate siano proporzionate al rischio documentato, se le informazioni pubbliche siano complete e se i fondi vengano spesi in modo trasparente.

La storia recente delle emergenze sanitarie offre numerosi motivi per discutere di comunicazione istituzionale, trasparenza e responsabilità pubblica. Ma ogni accusa riferita al caso siberiano deve essere sostenuta da prove pertinenti a quel caso specifico, senza confondere un legittimo interrogativo con una conclusione già dimostrata.

6. CONCLUSIONI: NÉ ALLARMISMO NÉ DISTRAZIONE

La vicenda siberiana mostra quanto sia importante pretendere trasparenza documentale, dati clinici verificabili e riscontri indipendenti. La morte di una lavoratrice in un istituto specializzato nella ricerca sulla peste merita attenzione, ma non autorizza a dichiarare accertata un'infezione da Yersinia pestis, un incidente di laboratorio o un piano deliberato per alimentare il panico.

Allo stesso tempo, l'assenza di casi confermati tra i contatti, riportata dalle autorità e dalla stampa internazionale, non rende superflua la richiesta di chiarimenti sulla causa del decesso e sulle circostanze della vicenda.

La verifica deve partire da domande precise: qual è stata la diagnosi definitiva? Sono stati pubblicati risultati di laboratorio verificabili? È stata accertata un'esposizione professionale? Esistono documenti che dimostrino una violazione dei protocolli? Quali informazioni sono state trasmesse alle autorità sanitarie internazionali?

Finché queste risposte non saranno sostenute da documenti accessibili e verificabili, la prudenza impone di distinguere i fatti dalle ipotesi. La libertà d'informazione richiede il diritto di porre domande, ma anche la responsabilità di non presentare come dimostrato ciò che deve ancora essere accertato.

La trasparenza non si ottiene sostituendo una narrazione ufficiale con una narrazione alternativa: si ottiene chiedendo documenti, verificando le fonti e rendendo pubbliche le prove.

RIFERIMENTI DOCUMENTALI PRINCIPALI

  1. Reuters — “Explainer: What do we know so far about plague institute lab worker’s death in Russia?”, 8 ottobre 2026. Ricostruzione delle informazioni pubbliche sul caso, delle ipotesi circolate e delle dichiarazioni delle autorità.

https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/08/explainer-what-do-we-know-about-plague-institute-lab-worker-s-death-in-russia

  1. Reuters — “Russia says reports of second case linked to Siberian plague lab are false”, 8 ottobre 2026. Aggiornamento sulle verifiche delle autorità russe e sulla smentita relativa a un secondo caso.

https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/08/russia-says-reports-of-second-case-linked-to-siberian-plague-lab-are-false

  1. Centers for Disease Control and Prevention (CDC) — “Signs and Symptoms of Plague”. Informazioni sulle forme cliniche della peste e sui sintomi.

https://www.cdc.gov/plague/signs-symptoms/index.html

  1. Centers for Disease Control and Prevention e National Institutes of Health — “Biosafety in Microbiological and Biomedical Laboratories” (BMBL). Riferimento tecnico per i principi e le pratiche di biosicurezza nei laboratori.

https://www.cdc.gov/labs/bmbl/index.html

NOTA METODOLOGICA

Le fonti giornalistiche documentano quanto è stato riferito pubblicamente sul caso; i manuali tecnici descrivono invece i principi scientifici e le procedure generali. Nessuna delle fonti elencate dimostra, da sola, che nel caso siberiano sia avvenuta una rottura di provetta o che un eventuale incidente sia stato deliberatamente occultato.


Salvatore Calleri NatMed

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giovedì 8 ottobre 2026

DOSSIER SPECIALE: LA CADUTA DEL MURO. DA "TEORIA DEL COMPLOTTO" A VERITÀ GIUDIZIARIA SUI FILE DI EPSTEIN E BILL GATES

Cronologia dei file DOJ su Jeffrey Epstein e Bill Gates, inchiesta e documenti ufficiali.
I documenti desecretati dal DOJ e le audizioni al Congresso polverizzano la narrazione ufficiale: i legami tra Bill Gates e la rete di Epstein sono ora agli atti istituzionali.


Ci sono momenti nella storia dell'informazione in cui la realtà finisce per travolgere violentemente qualsiasi tentativo di insabbiamento operato dai media di regime e dai loro cani da guardia, i fact-checkers.

Quello a cui stiamo assistendo in questi mesi riguardo agli affari, alle frequentazioni e ai legami tra i vertici della tecnocrazia sanitaria globale e la rete di Jeffrey Epstein appartiene esattamente a questa categoria.

Quelli che per anni venivano etichettati sprezzantemente come "deliri complottisti" da bar o da social network, oggi sono nero su bianco nei documenti ufficiali del Dipartimento di Giustizia americano (DOJ) e nei verbali delle commissioni d'inchiesta del Congresso.

Ripercorriamo passo dopo passo, mese per mese, l'evoluzione di uno scandalo colossale che sta sgretolando pezzo per pezzo la narrazione ufficiale.

📅 CRONOLOGIA DEGLI EVENTI: L'INCHIESTA CHE FA TREMARE IL SISTEMA

🔹 FEBBRAIO 2026: LA MOSSA DELLA DEPUTATA NANCY MACE E LO SBLOCCO DEI FILE DOJ

Il punto di svolta istituzionale si consuma nei primi giorni di febbraio 2026.

Il 4 febbraio 2026, la deputata repubblicana Nancy Mace invia una lettera formale e dirompente al presidente della Commissione di Vigilanza della Camera (House Oversight Committee), James Comer.

L'oggetto è chiaro e senza appello: si chiede formalmente di citare in giudizio (subpoena) Bill Gates affinché compaia a testimoniare sotto giuramento in merito ai suoi fitti e opachi rapporti con il defunto finanziatore e predatore sessuale Jeffrey Epstein.

Questa mossa non nasce nel vuoto, ma arriva a seguito del rilascio di una nuova e massiccia ondata di documenti desecretati dal Dipartimento di Giustizia (i cosiddetti file DOJ, DataSet 11 e correlati).

Tra le carte emergono dettagli che fanno gelare il sangue:

• Le email sulle simulazioni di pandemia: Spunta una corrispondenza risalente a marzo 2017 in cui lo stesso Epstein discuteva apertamente di progetti legati alla salute globale, alle neurotecnologie e faceva esplicito riferimento a "follow-up recommendations for Strain pandemic simulation", con scambi indirizzati direttamente a "Bill" e in copia a Larry Cohen.

• Le pressioni e i dossier personali: I documenti evidenziano come Epstein cercasse sistematicamente di intessere una rete di contatti con i giganti della tecnologia e della filantropia globale, intrecciando affari multimilionari, fondi sanitari (come i Donor Advised Funds) e pesanti pressioni sui comportamenti personali dei protagonisti della Silicon Valley.

🔹 MAGGIO - GIUGNO 2026: L'AUDIZIONE CHOC AL CONGRESSO E LE AMMISSIONI SUI RICATTI

Di fronte all'imponente mole di prove documentali e alla pressione politica esercitata al Congresso, la linea di difesa dei portavoce di Bill Gates — che per anni aveva minimizzato gli incontri definendoli "semplici tentativi di raccogliere fondi per la filantropia poi miseramente falliti" — si sgretola definitivamente.

Il 10 giugno 2026, Bill Gates è costretto a comparire (in un'audizione a porte chiuse poi trascritta e resa pubblica dalla Commissione di Vigilanza) per deporre davanti ai legislatori americani.

Messo di fronte alle carte del DOJ e alle email inedite:

• Gates ammette ufficialmente che frequentare Epstein ha rappresentato un "grave errore di giudizio".

• Dalle trascrizioni e dalle deposizioni chiave (tra cui quelle di figure chiave della rete di Epstein come Lesley Groff ascoltate in quei giorni) emerge l'aspetto più torbido: Epstein non si limitava a cercare denaro, ma tesseva una tela fatta di ricatti incrociati, sfruttando le debolezze personali, le frequentazioni extraconiugali e i segreti dei potenti per blindare la propria influenza geopolitica e finanziaria.

🔹 ESTATE / AUTUNNO 2026: IL CROLLO DEFINITIVO DELLA PROPAGANDA E IL SILENZIO ASSENSO DEI MEDIA ITALIANI

Mentre negli Stati Uniti i verbali integrali continuano a essere analizzati e la magistratura parlamentare scava nei legami tra fondazioni filantropiche globali e circuiti finanziari deviati, in Italia si assiste al fenomeno opposto: il silenzio assordante dei grandi telegiornali e dei quotidiani di regime.

I giornali che durante la gestione pandemica pretendevano di imporci dogmi scientifici blindati e intoccabili — spesso finanziati o legati a doppio filo alle stesse fondazioni filantropiche finite nell'occhio del ciclone — oggi preferiscono ignorare che i pilastri del loro sistema di potere stiano crollando sotto i colpi dei documenti giudiziari americani.

🛑 LA VERITÀ NON SI FERMA CON LA CENSURA

Questo è il quadro reale.

Chi per anni ha preteso di darci lezioni di "correttezza dell'informazione" e di lanciare la macchina del fango contro chiunque osasse mettere in discussione i dogmi della sanità globale e dei suoi intoccabili burattinai, oggi si trova davanti a un tribunale della storia da cui non può più scappare.

La verità non ha bisogno dei permessi dei fact-checkers né delle censure dei manipolatori di professione.

Continueremo a scavare, a pubblicare e a denunciare ogni singolo intreccio di questo potere marcio, incuranti dei loro attacchi e delle loro segnalazioni pilotate.


© Salvatore Calleri NatMed

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lunedì 5 ottobre 2026

TRAGEDIA A POLAVENO: LA PICCOLA LAVINIA MUORE A QUATTRO MESI DOPO IL VACCINO, MA I MEDIA SCELGONO IL SILENZIO

Lavinia Boniotti Polaveno neonata morta dopo il vaccino e silenzio media
Il dolore della famiglia e gli interrogativi taciuti dai media sulla tragedia della piccola
Lavinia a Polaveno.


di Salvatore Calleri NatMed

Esistono notizie che fanno scalpore per giorni, amplificate da un coro unanime che ripete lo stesso identico copione. Ed esistono tragedie che, pur toccando le corde più profonde della vita umana e sollevando interrogativi legittimi, finiscono improvvisamente in un cono d'ombra. È il meccanismo perfetto della mafia giornalistica e della censura italiana, un sistema che seleziona cosa il pubblico deve sapere e cosa, invece, deve essere frettolosamente archiviato sotto la voce "fatalità".

I FATTI E LA TESTIMONIANZA

Guardiamo i fatti crudi, quelli che emergono non dai bollettini ufficiali, ma dalla voce di chi abita quei luoghi e non ci sta a girarsi dall'altra parte. La piccola Lavinia Boniotti vola via a soli quattro mesi, a Polaveno. Una tragedia immane che riempie le cronache locali con i tratti asettici del dramma improvviso. Ma la cronaca ufficiale si guarda bene dall'aggiungere i dettagli fondamentali che i cittadini si scambiano sottovoce e nei commenti: come riportato dalle testimonianze dirette raccolte sul territorio, in particolare quella di Loredana Bacchetti che richiama le voci della zona, alla piccola la febbre altissima era venuta subito dopo il vaccino obbligatorio.

PERCHÉ NESSUNO NE PARLA?

Perché in questo caso nessuno osa scrivere nel titolo che la bambina era appena stata vaccinata? Perché i grandi quotidiani, i telegiornali nazionali e i salotti televisivi evitano accuratamente di mettere in relazione la tempistica drammatica di questi eventi?

La risposta risponde a una logica di protezione della narrazione unica. Mettere in discussione il dogma sanitario significa incrinare un castello di carte su cui si reggono interessi enormi, dove la salute pubblica viene trattata come un dogma indiscutibile e non come un diritto alla trasparenza.

IL DOVERE DEL GIORNALISMO D'INCHIESTA

Il vero giornalismo d'inchiesta dovrebbe scavare dove fa male, dovrebbe dare voce ai genitori, ai dubbi legittimi, alle coincidenze temporali che non tornano e che vengono sistematicamente liquidate come "casi isolati".

Invece, assistiamo a un vero e proprio blocco informativo, a una censura preventiva che punta a delegittimare chiunque provi a collegare i puntini tra i trattamenti e i malori improvvisi.

IL MURO DI GOMMA E L'INFORMAZIONE INDIPENDENTE

Ma il muro di gomma, per quanto spesso, comincia a mostrare le prime crepe. La rete, l'informazione indipendente e la presa di coscienza di chi rifiuta di spegnere il cervello sono l'unico argine rimasto contro questo giornalismo di regime.

Perché la verità non si misura con i bollettini ufficiali, ma con il coraggio di fare le domande che nessuno vuole sentire.

Salvatore Calleri - Ufficio Stampa
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