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sabato 10 gennaio 2026

Crioablazione: l’era del freddo nella lotta ai tumori — innovazione, evidenze cliniche e prospettive reali

Crioablazione nuova lotta contro i tumori


Dalla ricerca di laboratorio all’applicazione clinica: cosa sappiamo davvero sulla “cura che congela il cancro”


1. Cos’è la crioablazione e come funziona

La crioablazione è una procedura di radiologia interventistica minimamente invasiva che utilizza temperature estremamente basse per distruggere tessuto tumorale. Durante l’intervento, sono posizionate una o più criosonde direttamente nel tumore; attraverso l’espansione di gas (come argon) nel sistema della sonda si genera una “palla di ghiaccio” che congela progressivamente le cellule malate fino alla necrosi. Il ciclo di congelamento e scongelamento viene ripetuto più volte per massimizzare la distruzione delle cellule tumorali mantenendo l’integrità dei tessuti sani circostanti.

Il principio fisico sfruttato è semplice: le cellule esposte a temperature molto basse subiscono lacerazioni intracellulari causate dai cristalli di ghiaccio, disidratazione forzata e danni alla microcircolazione locale.


2. Evidenze scientifiche e stato della ricerca

La letteratura scientifica riconosce la crioablazione come terapia consolidata in alcuni contesti clinici, con un crescente corpo di studi clinici e rassegne sistematiche che ne valutano efficacia e sicurezza:

  • Una revisione sistematica ha mostrato che la crioablazione può ridurre significativamente il dolore associato alle metastasi ossee e migliorare la qualità di vita, con riduzione del fabbisogno di oppioidi senza segnalazioni di complicanze letali nei dati valutati fino al 2015.

  • Studi su tumori renali di piccole dimensioni (<5 cm) indicano alta efficacia tecnica e conservazione della funzione renale, con tassi di successo tecnico elevati e sopravvivenze competitive rispetto alla chirurgia tradizionale.

  • Per il tumore al seno, la crioablazione emerge come una possibile alternativa meno invasiva alla chirurgia in casi selezionati, in particolare per tumori piccoli e a basso rischio. Recensioni recenti sottolineano che l’evidenza è promettente ma ancora preliminare, con molti aspetti (inclusi follow-up a lungo termine e criteri di selezione) che necessitano di ulteriori studi.

  • Trial clinici in corso in centri internazionali (ad esempio presso strutture come la Mayo Clinic negli Stati Uniti) esplorano l’uso della crioablazione per recidive di tumore alla prostata, noduli polmonari metastatici e altre condizioni neoplastiche, indicando l’interesse scientifico attivo nella comunità oncologica.

Conclusione scientifica generale: la crioablazione è una opzione terapeutica clinicamente valida in molte situazioni, particolarmente per tumori localizzati, pazienti non candidabili alla chirurgia tradizionale, o per il controllo di sintomi come il dolore. Tuttavia, non è ancora un “superamento” universale di chemioterapia o chirurgia per tutti i tumori e tutte le fasi di malattia — la scelta terapeutica dipende da tipo di tumore, stadio, caratteristiche cliniche del paziente e linee guida oncologiche consolidate.


3. Situazione in Italia: disponibilità e casi clinici

In Italia la crioablazione è stata adottata in diverse strutture ospedaliere e centri di radiologia interventistica, con attività crescenti negli ultimi anni:

  • Il Policlinico di Milano utilizza la crioablazione per alcuni casi selezionati di tumore al seno, con procedura percutanea sotto guida ecografica e risonanza magnetica, consentendo interventi senza incisioni chirurgiche evidenti e con possibili dimissioni in giornata.

  • Sono stati avviati studi clinici pubblicati in Italia su pazienti con tumori mammari inoperabili, valutando riduzioni della dimensione tumorale e assenza di cellule maligne residua in follow-up a 12 mesi.

  • Nuovi interventi guidati da risonanza magnetica ad alto campo sono stati realizzati al Policlinico, rappresentando un passo verso tecniche ancora più precise di crioablazione con imaging avanzato.

Queste iniziative confermano che la crioablazione è parte integrante del ventaglio terapeutico oncologico moderno in Italia, con linee di ricerca attive e applicazioni cliniche in evoluzione.


4. Prospettive globali e limiti attuali

Prospettive positive:

  • Riduzione di invasività: molti pazienti possono affrontare procedure con anestesia locale e tempi di recupero brevi, rispetto alla chirurgia tradizionale.

  • Possibile applicazione su diversi organi: rinnovi di interesse clinico per tumori renali, polmonari, epatici, mammari, e persino metastatici in studi multicentrici.

Limiti e punti critici:

  • Non tutti i tumori sono candidati ideali: la dimensione, localizzazione e tipo di tumore influenzano l’efficacia della crioablazione rispetto alle terapie standard.

  • Evidenza clinica di lungo termine è ancora in fase di consolidamento: per molte indicazioni mancano ancora studi randomizzati controllati di ampio respiro che possano definire standard di cura universali.

  • La crioablazione non sostituisce sempre la chemioterapia o la chirurgia classica, ma può essere integrata nel percorso di cura multidisciplinare in base alla valutazione oncologica complessiva.


5. Conclusione

La crioablazione rappresenta un passo avanti significativo nella medicina oncologica, ampliando le opzioni terapeutiche per pazienti selezionati con tumori solidi. È una tecnologia scientificamente fondata e clinicamente applicata in molte parti del mondo, incluso l’Italia, ma non è (al 2025) una soluzione universale o “miracolosa” che sostituisce ogni forma di trattamento oncologico tradizionale.

Piuttosto, si configura come parte di un approccio integrato alla cura del cancro, con vantaggi reali in termini di invasività, recupero e qualità di vita in contesti clinici appropriati. Può rappresentare un’opportunità concreta, soprattutto per pazienti che non sono candidabili alla chirurgia o che richiedono trattamenti focali mirati, e continuerà a essere oggetto di ricerca e perfezionamento medico.


Coordinamento editoriale: Salvatore Calleri – Ufficio Stampa - Analisi scientifica: Dr. Corrado Cianchino Ph.D


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venerdì 9 gennaio 2026

CODICE ONCO-REPRESSIVO: La Strategia d'Attacco di Ivermectina e Fenbendazolo

difendere il genoma, il ruolo di ivermectina e fenbendazolo



Dalla Medicina Veterinaria all’Oncosoppressione: Analisi Biochimica di una Nuova Frontiera Terapeutica

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica indipendente e numerosi studi preclinici hanno acceso i riflettori su molecole storicamente utilizzate in ambito parassitologico, rivelandone proprietà farmacologiche inaspettate. Ivermectina e Fenbendazolo non sono più considerati solo semplici antielmintici, ma vengono studiati come potenti modulatori metabolici e potenziali agenti oncosoppressori.


1. Ivermectina: Il Modulatore del Microambiente Cellulare


Ivermectina e Fenbendazolo TABELLA DEI DOSAGGI
Ivermectina e Fenbendazolo non sono più considerati solo semplici antielmintici, ma vengono studiati come potenti modulatori metabolici e potenziali agenti oncosoppressori.

L'Ivermectina agisce attraverso una rete complessa di segnali intracellulari, agendo come uno "scudo" che destabilizza l'omeostasi delle cellule maligne:

  • Inibizione del segnale WNT-TCF: Frena attivamente la proliferazione delle cellule staminali tumorali.

  • Blocco del Trasporto Nucleare: Inibendo il complesso importina α/β, impedisce alle proteine vitali di entrare nel nucleo della cellula danneggiata, bloccandone la comunicazione.

  • Risveglio Immunitario: Agisce sui recettori P2X4 e P2X7, facilitando il riconoscimento delle cellule anomale da parte del sistema immunitario dell'ospite.

  • Inibizione Mitocondriale: Sopprime la respirazione delle cellule maligne, portandole a uno stato di crisi energetica che culmina nell'apoptosi (morte programmata) e nell'autofagia.


2. Fenbendazolo: L'Inibitore Metabolico di Precisione

Il Fenbendazolo esprime un'azione citotossica selettiva che ricorda da vicino i meccanismi di alcuni chemioterapici di sintesi, ma con un profilo di target differente:

  • Disruzione dei Microtubuli: Interferisce con la polimerizzazione della tubulina, impedendo la divisione cellulare delle cellule a rapida crescita.

  • Blocco del Nutrimento (Effetto Warburg): Inibisce l'assorbimento del glucosio e la glicolisi, togliendo al tumore la sua fonte primaria di energia.

  • Attivazione della p53: Stimola il cosiddetto "guardiano del genoma", il gene oncosoppressore p53, che identifica e distrugge le cellule con DNA instabile.

  • Induzione di ROS: Aumenta lo stress ossidativo intracellulare, portando alla sottoregolazione delle proteine anti-apoptotiche come la Bcl-2.


3. Protocolli e Dosaggi: Una Guida Tecnica


Ivermectina e Fenbendazolo i dosaggi ottimali
Tabella dei Dosaggi: Ivermectina (IVM) e Fenbendazolo (FBZ)


La letteratura scientifica e le esperienze cliniche emergenti suggeriscono che l'efficacia di queste molecole sia strettamente legata al peso corporeo e alla frequenza di somministrazione.

Come evidenziato dalle tabelle di riferimento, il dosaggio viene modulato tra livelli "Low", "Mid" e "High" per adattarsi alla risposta individuale, spesso supportato da nutrienti sinergici come:

  • Curcumina e Quercetina (per l'azione antinfiammatoria).

  • Vitamina E e CBD (per la protezione cellulare e la gestione dello stress ossidativo).


La Sovranità Biologica come Scelta Attiva

La comprensione di questi meccanismi non rappresenta solo un avanzamento biochimico, ma un invito alla sovranità biologica. Uscire dai protocolli standardizzati per esplorare molecole dal potenziale inespresso significa riprendere il controllo della propria salute attraverso la conoscenza e l'evidenza scientifica.

Coordinamento editoriale: Salvatore Calleri – Ufficio Stampa - Analisi scientifica: Dr. Corrado Cianchino Ph.D


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Inchiesta: Il "Metodo Puente" e i decessi pediatrici. Cosa nasconde il fact-checking di Open

 

inchiesta sul fact-checkers david- sotto un puente
Nella foto il Fact-Checker David (Sotto Un) Puente, vice direttore di Open? FOLLIA!



Analisi critica della nota interna FDA: tra rassicurazioni giornalistiche e segnali di sicurezza ignorati

Il recente fact-checking a firma di David Puente (Vice Direttore di Open) riguardo ai 10 decessi pediatrici citati in una nota interna della FDA solleva interrogativi profondi non solo sulla sicurezza dei farmaci, ma sulla natura stessa dell’informazione scientifica oggi. Mentre il controllo narrativo si affretta a derubricare ogni segnale come "non correlato", un’analisi rigorosa rivela falle metodologiche che meritano un’indagine separata.


1. La trappola della Causalità vs. Segnale di Sicurezza

Il fulcro del fact-checking di Puente risiede nella distinzione tra "segnalazione" e "prova di causalità".

  • La falla del fact-checker: Open utilizza l'assenza di una prova definitiva per chiudere il caso. In farmacovigilanza, tuttavia, lo scopo di una nota interna FDA è proprio quello di identificare un segnale.

  • Il rigore negato: Se un'agenzia registra decessi in una fascia d'età protetta, il principio di precauzione imporrebbe di considerare quel dato come un'allerta rossa fino a prova contraria. Liquidarlo come "rumore di fondo" è una scelta editoriale, non scientifica.

2. L'omissione della Sottosegnalazione (Under-reporting)

Puente analizza i dati come se il sistema VAERS o le note FDA riportassero il 100% degli eventi reali.

  • La realtà tecnica: È ampiamente documentato in letteratura che i sistemi di sorveglianza passiva intercettano solo una minima parte degli eventi avversi (spesso stimata sotto il 10%).

  • L'effetto distorsivo: Minimizzare 10 decessi pediatrici senza contestualizzare che potrebbero rappresentare la punta di un iceberg statistico significa offrire una visione parziale e rassicurante che non tutela la salute pubblica, ma la narrazione ufficiale.

3. Il paradosso del "Già Noto"

Un altro pilastro del "Metodo Puente" consiste nel sostenere che, poiché i casi sono già stati analizzati o sono "presunti", la notizia perda di valore.

  • Critica al metodo: Definire un decesso "noto" non ne cancella la gravità. Un'inchiesta seria dovrebbe chiedere perché tali segnali, pur noti internamente alla FDA, non abbiano portato a una revisione pubblica e trasparente dei protocolli pediatrici.

4. Fact-checking o Difesa d'Ufficio?

Il lavoro di David Puente sembra scivolare sempre più verso la difesa d'ufficio delle agenzie regolatorie. Quando un giornalista si limita a riportare le smentite della FDA senza metterne in dubbio i criteri di esclusione della causalità, smette di essere un cane da guardia del potere e ne diventa il portavoce.


Oltre la superficie di Open

La vera inchiesta inizia dove il fact-checking si ferma. Smontare la retorica della "mancanza di prove" è il primo passo per restituire sovranità scientifica ai cittadini. I 10 decessi pediatrici non sono solo numeri in una nota interna, sono segnali che esigono risposte, non etichette di "falso" o "fuorviante".

A cura di Corrado Cianchino PhD

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Lattoferrina al 98%: La Nuova Frontiera nella Gestione delle Patologie Infiammatorie e del Microbioma

lattoferrina al 98% uno scudo biologico
Lattoferrina al 98%.
Scudo Biologico


Dalla Biochimica alla Remissione: 

Perché l'Oro Bianco sta Rivoluzionando l'Approccio Nutriceutico



Inchiesta tecnica sulla Lattoferrina al 98%: analisi biochimica, studi PubMed e benefici per Morbo di Crohn e Candida. A cura di Salvatore Calleri



Nel panorama della medicina funzionale, la Lattoferrina emerge come una delle molecole più studiate e versatili della biochimica moderna. Questa glicoproteina ferro-trasportatrice, appartenente alla famiglia delle transferrine, non è un semplice supporto nutrizionale, ma un modulatore biologico pleiotropico. La sua capacità di intervenire su patologie complesse come il Morbo di Crohn, le IBD (malattie infiammatorie intestinali) e infezioni fungine resistenti come la Candida, la pone al centro di una rivoluzione terapeutica documentata da una vastissima letteratura scientifica.


1. La Guerra del Ferro: Sequestro Molecolare e Strategia della Terra Bruciata

Il meccanismo d'azione primario della Lattoferrina risiede nella sua straordinaria affinità per il ferro ferrico ($Fe^{3+}$). Patogeni opportunisti come la Candida Albicans e numerosi ceppi batterici gram-negativi dipendono dal ferro libero per processi vitali quali la respirazione cellulare, la replicazione e la formazione di biofilm protettivi.

La Lattoferrina agisce sequestrando il ferro nell'ambiente extracellulare e sottraendolo alla disponibilità microbica. Questa "strategia della terra bruciata" non solo arresta la crescita dei patogeni, ma ne destabilizza le membrane cellulari, rendendoli vulnerabili alle difese immunitarie dell'ospite.

2. Focus: Lattoferrina Bovina e Morbo di Crohn

L'evidenza clinica sull'efficacia della lattoferrina nelle patologie infiammatorie croniche intestinali trova una conferma fondamentale nel case study pubblicato su Biochemistry and Cell Biology da David B. Alexander et al. Lo studio ha dimostrato come l'integrazione con lattoferrina bovina sia in grado di agire favorevolmente sul quadro clinico del Morbo di Crohn, riducendo i marker infiammatori e favorendo la riparazione dei tessuti mucosali. La lattoferrina agisce come un custode dell'omeostasi intestinale, equilibrando la risposta immunitaria e prevenendo le recidive.

3. Lo Scudo Anti-Autoimmune e la Gestione delle Endotossine

Il Morbo di Crohn e le IBD sono spesso associate alla sindrome del Leaky Gut (permeabilità intestinale aumentata). In questo scenario, frammenti batterici ed endotossine come il Lipopolisaccaride (LPS) attraversano la barriera intestinale, attivando una risposta infiammatoria sistemica e una "tempesta di citochine".

La Lattoferrina esercita un'azione protettiva cruciale: legandosi direttamente al LPS, ne impedisce l'interazione con i recettori del sistema immunitario (come il TLR4), spegnendo l'infiammazione alla fonte. Questo processo permette al sistema immunitario di interrompere l'attacco autologo e tornare a svolgere la sua naturale funzione di difesa.

4. Trattamento dell'Anemia da Infiammazione

Un aspetto spesso trascurato nelle patologie croniche è l'anemia associata allo stato infiammatorio. La ricerca guidata da Lepanto et al. (2018) ha evidenziato come la lattoferrina sia efficace nel trattamento dell'anemia in pazienti con IBD, agendo sulla regolazione dei livelli di epcidina e migliorando la disponibilità del ferro sistemico senza causare gli effetti collaterali tipici dell'integrazione marziale orale standard.

5. Criteri di Eccellenza Terapeutica: L'importanza della Purezza al 98%

Per replicare i risultati ottenuti nella letteratura scientifica, la qualità della materia prima è il fattore discriminante:

  • Forma Apolattoferrina: Deve essere nella sua configurazione "vuota" (satura di ferro per meno del 10%) per esercitare il massimo potere sequestrante.

  • Purezza al 95-98%: Standard come il Bioferrin® 2000 assicurano l'assenza di contaminanti e la massima biodisponibilità.

  • Processo di Estrazione a Freddo: La lattoferrina è una proteina termolabile; se esposta a temperature elevate durante la lavorazione, subisce una denaturazione strutturale che ne annulla ogni proprietà biologica.

6. Sinergia Metabolica con Niacinamide (Vitamina B3)

L'approccio combinato con la Niacinamide potenzia l'azione antifungina e riparatrice. Mentre la Vitamina B3 interferisce con i processi energetici dei funghi, la Lattoferrina ne neutralizza le risorse, offrendo un supporto integrato per il ripristino del microbioma e l'eliminazione della nebbia cognitiva tipica degli stati infiammatori intestinali.


Riferimenti Scientifici (Bibliografia Completa)

  • [1] Alexander, D. B., et al. (2017). Bovine lactoferrin and Crohn's disease: a case study. Biochem Cell Biol. [E] Lepanto, M. S., et al. (2018). Efficacy of Lactoferrin in the Treatment of Anemia of Inflammation in Patients with IBD. Front Immunol. (PMID: 28165294).

  • [2] Valenti, P., & Antonini, G. (2005). Lactoferrin: an important host defence beneficiary. Biometals.

  • [3] Kell, D. B., et al. (2020). The Biology of Lactoferrin, an Iron-Binding Protein That Can Help Defend Against Viruses and Bacteria. Front Immunol.

  • [4] García-Montoya, I. A., et al. (2012). Lactoferrin a multiple bioactive protein: An overview. Biochim Biophys Acta.


A cura di Salvatore Calleri

Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa

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